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IL GOLF È UN GIOCO STRANO

di Stefano Cazzetta
consigliere Associazione Italiana Giornalisti Golfisti

Noi dilettanti non lo sapevamo: lo abbiamo capito a nostre spese. Facendo esperienza perché il golf è un gioco strano. A volte si ha la sensazione che più lo pratichi e meno lo capisci. Sa essere subdolo e sfuggente. Quando credi di averne carpiti i segreti, ecco che ti ritrovi immerso in una fitta selva mentale. Quello che ieri ti riusciva facile, oggi risulta impresa impossibile. Un par 3 che per le tue capacità è sempre stato inattaccabile, d’incanto ti premia con un birdie. O il contrario. Quel colpo su cui non avresti mai scommesso un centesimo improvvisamente ti riesce e fa atterrare la palla a dieci centimetri dalla buca. O il contrario.  Per non dire dei periodi interi in cui tutto gira alla perfezione, con score da pubblicare sui social e quelli immediatamente successivi in cui lo score meriterebbe il cestino dei rifiuti come unica destinazione. O, naturalmente, il contrario. I putt? Meglio tacere. Un giorno hanno un feeling straordinario con la buca e quello dopo, o prima, fate voi, sembra che tra le parti sia in atto il più aspro dei conflitti.

Ah, il golf… C’è un momento in cui pensi di potertela giocare con Tiger Woods (esagerazione, ma è per rendere l’idea) e un altro in cui ti ritrovi a invidiare il tuo compagno di gioco che ha cominciato solo il mese scorso. C’è il giorno in cui il tee è collegato al green da un’autostrada scorrevole e senza traffico e quello in cui ti tocca rincorrere la pallina nei posti più impervi e nascosti, che manco Indiana Jones. Insomma, il golf non dà mai certezze. E’ meraviglioso e crudele allo stesso tempo. Se vuole, se ti prende di mira, sa portarti come pochi altri sport sulle montagne russe dell’autostima. Ed è sempre più difficile raccapezzarsi,

A pensarci bene, però, non è un problema che affligge solo noi golfisti più o meno improvvisati, se è vero che anche a quelli bravi, ai professionisti dei vari tour, capita di segnare sulla carta uno strepitoso 62 e il giro successivo, sullo stesso campo, sotto lo stesso sole o la stessa pioggia, con lo stesso vento e con le bandiere solo un tantino più in là, di ritrovarsi a sottoscrivere un pesante 75 o anche più. Sarà per questo che sta assumendo sempre più importanza la figura del mental coach o del performance coach, che non so bene quale sia la differenza.        Quel che è certo è che la bravura tecnica non basta: ci vuole anche la tenuta psicologica. E che se non hai una strategia non vai da nessun parte.

Per intenderci: anche a due giocatori “bravini” come Jon Rahm (numero uno al mondo) e Jordan Spieth (13°) il talento naturale e il lavoro tecnico non risultano sufficienti.  Per cercare l’arma in più, quella che agisce nella testa, hanno dovuto bussare alla porta di Michael Phelps, uno che di vittorie se ne intende, essendo stato numero uno del nuoto e avendo in bacheca qualcosa come 23 ori olimpici e 26 mondiali. Phelps, denominato il “proiettile” o lo “squalo” di Baltimora, ha intrapreso la carriera – si presume redditizia – di mental coach dei grandi golfisti (essendo appassionato lui stesso).  Insegna loro a vincere o a tornare a vincere. In ogni caso a rendere al massimo delle proprie possibilità. E possibilmente anche ad andare oltre, che poi è il punto più alto di ogni umana aspettativa.

Ma Phelps e colleghi di quel rango non sono roba per noi dilettanti. A noi tocca accontentarci dei consigli e del supporto psicologico degli amici, e quando in campo, dei compagni di gioco. Spesso non richiesti. Soprattutto quando, dopo la terza o quarta buca giocata decentemente, arriva puntuale la frase “Caspita, stai giocando alla grande, oggi farai un punteggione”  Ecco, quello è il momento più temuto, perché d’improvviso veniamo colti da ansia da prestazione, il cielo si oscura e si scatena una tempesta di flappe,  rattoni e putt sbagliati. Addio punteggione, trionfa l’X factor, a cui segue la proverbiale affermazione: “Basta con questo gioco, smetto”. Uno stato depressivo che dura fino al primo bel colpo successivo. Perché il golf è una malattia strana: si cura solo col golf.