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PALLA IN GREEN / L’editoriale

PALLA IN GREEN / L’editoriale

Due nostri soci e colleghi, Silvia Audisio e Stefano Cazzetta, sono stati tra i ventisei fortunati giornalisti accreditati al Masters, che sono stati sorteggiati per giocare sul campo dell’Augusta National il lunedì dopo il grande evento vinto da Scottie Scheffler. Per gentile concessione de “Il Messaggero”, vi proponiamo  l’articolo di Stefano Cazzetta, che racconta la sua straordinaria esperienza.

IO AD AUGUSTA

di Stefano Cazzetta
Vice Presidente Associazione Italiana Giornalisti Golfisti

AUGUSTA (Usa) – Una vita a chiedersi se mai verrà quel giorno, Poi, improvvisamente, il colpo di fortuna. Una lotteria che permette a te e ad altri 25 colleghi di varcare le porte inaccessibili dell’Augusta National. Da giocatore, stavolta. L’emozione si manifesta con un brivido prolungato, che fa fatica ad abbandonarti. E tanta paura. Quanti colpi tirerò – io modesto giocatore – e che cosa combinerò su quei green perfidi che tante vittime illustri possono vantare? Ancora ieri qui si giocava il Masters, dominato da Scottie Scheffler, e ora tocca a me. Superati tutti i controlli, preso atto di tutti i divieti (no cellulari, solo macchine fotografiche, guai a chi pubblica sui social), ti accompagnano nello Spogliatoio dei Campioni (si chiama così). Sugli armadietti i nomi di tutte le giacche verdi, a me tocca quello di Sandy Lyle, anno 1988. In bacheca la Giacca Verde e un ferro di Hideki Matsuyama, vincitore lo scorso anno. Nel 2023 sarà esposta quella di Scheffler, quando dovrà riconsegnarla. Il mio nome, stampato su carta, sotto il loro impresso su un’etichetta di ottone. Bah… Però fa effetto. Umana debolezza.

E’ il momento di salire sul tee della 1 che si chiama Olive. Ogni buca ha il nome di una pianta o di un fiore.  L’Augusta National ti appare in tutto il suo nudo splendore, senza la massa colorata, festosa e magnifica che lo invade nei giorni del Masters. Da dove nasce tanta bellezza, tanta perfezione? Ti guardi alle spalle e scopri quanto sia distante e più lontano il punto dal quale sono partiti Tiger Woods e compagni: 70 metri più o meno. Alla fine delle 18 buche, la differenza sarà di mille metri, più o meno. Poi cerchi con gli occhi il tee delle donne. Ovunque lo trovi. Ma non qui.  Qui si parte tutti dallo stesso punto, quello dei <members>. Come mai? Probabilmente perché fino a pochi anni fa le donne erano escluse dall’Augusta National. Poi è arrivata Condoleezza Rice e le cose sono cambiate. Dev’essere per questo.

Tocca a me, bisogna scacciare i cattivi pensieri. E cercare di non sfigurare. Meno male che va bene. Il colpo parte diritto e anche discretamente lungo per le mie capacità. La palla atterra sul fairway di quel verde speciale che non trovi altrove, al fianco del bunker sulla destra.  Sollievo. E tanti pensieri. E tanti, poco opportuni, paragoni mentali. Dov’è atterrata la palla di Tiger? E quella di Dustin Johnson? E quella di Molinari? Lasciamo stare. C’è da tirare un secondo colpo. Va bene pure quello. Ma diciamola tutta, da un fairway così perfetto è un po’ più facile. Ed eccolo il famigerato green, il primo di 18 mostri da affrontare.  Hanno lasciato le bandiere dell’ultimo giro del Masters. Perfidia allo stato puro, come se ce ne fosse bisogno. Una volta dentro è come essere in un paesaggio collinare. Dossi, discese e risalite.  E spazi pianeggianti solo per illusione ottica. Per fortuna c’è il caddie. Tu vorresti andare di là e lui, invece, ti indica un punto che a te sembra improbabile. Devi solo fidarti e quasi sempre a giusta ragione. Anche se, poi, c’è da fare i conti con la velocità. Ma quella è tutta un’altra storia. Te ne accorgi quando una palla appena toccata scappa via come inseguita dai demoni. E non riesci a fartene una ragione. E allora perdoni anche quei putt che da lontano e alla tv sembrano facili-facili e invece vengono sbagliati anche dai giocatori migliori del mondo. Benvenuti all’Augusta National.

Comunque, la buca d’esordio non è andata male. I nervi sono più rilassati. Ti puoi godere ancor di più lo spettacolo. Dai uno sguardo alle tribune, che sono ancora lì, ai leaderbord sparsi sul percorso, ancora con i nomi dei protagonisti del giorno prima. Sei dentro il paradiso e non vorresti più uscire. Al diavolo il punteggio. E vai avanti, scherzando e ridendo con i tuoi compagni di gioco, senza mai distogliere lo sguardo dalla bellezza che ti circonda.  Via via superi le buche, ti metti alle spalle la 9 e arrivi alla 10. Pensi a McIllroy che qui buttò via il Masters nel 2012, spedendo la palla nel giardino di una villa sulla sinistra. Incredibile. Ma quant’è lunga (anche dal nostro punto di partenza) questa buca.  E come ha fatto Bubba Watson, che poi ha vinto, e sempre nel 2012, a metterla in asta dal bosco di destra? Come ha fatto a imprimere alla palla quella pazzesca traiettoria? Sono cose da superman, non da comuni mortali. Io devo badare a tirar fuori la palla da questo bunker. E che il ciel mi aiuti. Anche perché poco più in là mi aspetta l’Amen Corner, il trittico che può segnare il destino di chiunque, qui all’Augusta National.  

Ok la 11 è andata, ecco la 12: la bella, tentatrice e perfida 12,  la Golden Bell. Quanti cuori ha spezzato, dopo averli sedotti. Ricordi Tiger? Qui hai fatto 10: E Tu, Spieth? Qui hai consegnato il Masters a Danny Willett. E tu, Molinari? Lasciamo perdere certi ricordi fanno ancora male. Tocca a me: Non sarebbe lei, la 12, se da tradizione non ti illudesse per poi ferirti senza pietà. Bello il tiro, bella la traiettoria sull’asta. Vola, pallina, vola. Ma non lo fa a sufficienza. Tocca terra a pochi metri dall’asta, ma prima, troppo prima, e rotola miseramente all’indietro, fin dentro l’acqua. Amen. Come da nome del famigerato trittico.

Ti metti alle spalle altre buche, e qualunque sia stato il risultato ti senti felice. E privilegiato. Avanti con la 16, quella del miracolo di Tiger nel 2005 (cercare il video su youtube). E poi la 17 e infine la 18. Com’è stretto il corridoio nel quale far infilare la pallina. Sì, ma dove partono loro è peggio. E quanto sale questa buca. Ad arrivare in cima si fa una bella fatica. Ma ci si arriva. Che emozione. Guardi l’asta e pensi che qui ha trionfato Scheffler, che qui, da quel bunker di destra hanno imbucato McIlroy e Morikawa, a distanza di un minuto uno dall’altro. Era solo ieri. E oggi sono qui a cercare di imbucare questo putt. Che per fortuna entra al primo tentativo. Che sollievo, ma soprattutto che emozione. E’ andata. Chissà se mai potrò tornare a giocarci. Probabilmente mai. E allora dovrò fare in modo di non dimenticare nulla di questa giornata, che, in fondo, è andata meglio di quanto pensassi. O di quanto temessi. L’Augusta National ora mi fa meno paura. Ma questo non toglie nulla alla sua bellezza e alla fama che lo accompagna. Perché, si sa, qui nessun giorno è uguale all’altro. Ed è bene tenerlo a mente.